Titolo: Women’s

Concept and development: Rossano Ronci

Fotografie: Rossano Ronci

Graphic design: Debora Sommazzi

Print: Pazzini editore e stampatore

April 2011

 

Chi guarda? Perché chi guarda denuda. Anche i volti. Quando, nel 1865, Edouard Manet, presentò la sua Olympia al Salon de Paris a far scandalo non fu la nudità di quell’odalisca “dalla pancia gialla”. Ma il suo sguardo. Non pudicamente abbassato, non seducente, non complice, non soggiogato.

Dritto. Indifferente. Indipendente. Perché Olympia-Victorine (la modella: Victorine de Meurend) si limitava a guardare. Ma sono. E quindi guardano. E quindi giudicano. E questo, se fatto da una donna, dà sempre fastidio. Anzi è mostruoso. La storia della Medusa che pietrifica con lo sguardo è una balla: ciò che uccide lo spettatore è ciò che vede di sé stesso in quello sguardo. Il guaio è che ciò che sarà rivelato non è prevedibile proprio come nelle foto di Rossano: “Prevale il non visto”, dice lui. Innegabile e anche ineludibile: impossibile sapere che cosa si vedrà davvero nelle foto e quale specchio ci restituiranno di noi stessi. Fuori dallo scatto che “vede” il volto o l’evento fotografati, quegli sguardi, quelle espressioni e quindi le verità che rivelano non esistono. Non esistono più e, se Rossano non li avesse pietrificati, forse non ce ne saremmo accorti. E non avremmo dovuto farci i conti. Per questo le donne di Rossano sono “mostruose”. Perché ci guardano. E perché non sono interessate a noi e quindi, alla fine, ci lasciano soli. Al contrario di quelle di Diane Arbus, che dovevano essere davvero mostruose per svelarci la nostra “anormalità”, le figure di Rossano sono addirittura belle. Ma non ne hanno bisogno, perché non hanno bisogno di evocare, come le modelle di Margaret Cameron, vere suscitatrici di fantasmi. Non sto citando a caso nomi di fotografe: perché resta uno scandalo la donna che crea il mondo con l’artificio e la tecnica, privando gli uomini del loro unico fortino. Però Rossano ne ha compreso il gioco, e forse anche il trucco, proprio come l’aveva capito Manet (che certo femminista non era, ma aveva intuito le sue modelle e compagne). Le sue donne non ammiccano, non seducono, non vogliono spiegare. Non vogliono piacere. A volte giocano. A volte si limitano a sospirare, un po’ deluse dal mondo. E nel loro solipsismo raccontano. Poiché sono donne vere, le loro storie non sono mai banali. Nell’interrogarmi sul nesso tra i volti e le storie, sfogliavo un settimanale popolare e osservavo alcuni ritratti di donne rimodellate dalla chirurgia plastica: ciò che mi colpiva non era la mostruosità di quei volti, che assumono strane espressioni di rabbia e un piglio virile, da trans, abbastanza contradditorio. Mi spiazzava di più il fatto che quella plastificazione omogeneizzante cancellava le storie. E otteneva quello che gli uomini hanno sempre cercato di imporre alle donne: l’anonimato, la massa confusa. Nei ritratti di Rossano ogni donna è una storia irripetibile. Al tempo stesso, nei ritratti di Rossano noi ci specchiamo con le nostre storie irripetibili. Per terribili che siano.

Valeria Palumbo – Giornalista e Scrittrice

 

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